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I frutti alti: quanto ci permettiamo di desiderare?

5 set
Tempo di lettura: 5 min

Desiderio, autonomia, relazioni e lealtà familiari

Mano che raccoglie more mature da un gelso

C’è un gelso nelle campagne dietro casa e mi pare di conoscerlo ramo per ramo.

Le more dei rami più bassi le raggiungo senza sforzo: mi basta allungare una mano e sono già mie, ancora tiepide di sole. Quelle più in alto le vedo bene. Immagino che siano più dolci, più mature. Ma per prenderle dovrei arrampicarmi, cercare un appoggio, forse chiedere a qualcuno di tenermi il ramo o di aiutarmi ad arrivare fin lì.

Ho raccolto entrambe, questa settimana. E mentre lo facevo mi sono ricordata di una frase che, quand’ero più giovane, mi ripetevo abbastanza spesso: quelle basse le prendo quasi senza fatica; quelle in alto, invece, certe volte mi sembra quasi che non spettino a me.

Non mi sono mai detta davvero: «Non posso». La domanda era più sottile: è opportuno che io desideri proprio quei frutti? È il caso che io guardi così in alto?

Mentre raccoglievo le more e ne mangiavo qualcuna ogni tanto, guardavo i rami e mi accorgevo di una cosa: i frutti bassi erano molti, maturi, buoni. Non mancava niente. Eppure il mio sguardo tornava sempre lì, verso quelli più in alto.

Ho riconosciuto almeno due nodi in questa faccenda. Da una parte, l’idea che a me spettino soprattutto i desideri accessibili, quelli che posso raggiungere senza disturbare nessuno. Dall’altra, l’attrazione per ciò che richiede uno sforzo evidente, quasi che solo quello che costa fatica possa avere davvero valore.

Tra questi due nodi scorre uno dei fili della mia storia: dove non c’è fatica, non c’è valore.

E allora la domanda diventa un’altra: quanto mi permetto di desiderare qualcosa che per me ha davvero valore?

Quando desiderare in alto sembra un tradimento

Per molto tempo ho imparato a muovermi secondo una mappa abbastanza precisa dei miei desideri. Sapevo fin dove potevo arrivare da sola e spesso mi fermavo lì, con una disciplina che ho scambiato per saggezza.

I frutti bassi erano quelli raggiungibili con le mie forze: un progetto che dipendeva soprattutto da me, un cambiamento che potevo governare, una scelta che non mi esponeva troppo alla presenza o all’assenza di qualcun altro.

I frutti alti, invece, chiedevano un movimento diverso. Chiedevano di salire, certo, ma soprattutto chiedevano relazione: che qualcun altro fosse lì a reggere il ramo, a crederci insieme a me, a esserci nel momento in cui allungavo la mano.

È qui che il desiderio si complica.

Alcuni desideri ci costringono a riconoscere che non tutto può essere costruito da soli. Ci rendono interdipendenti. Chiedono fiducia, collaborazione, presenza. E l’altro potrebbe non arrivare, non voler esserci o esserci in un modo diverso da quello di cui avremmo bisogno.

Quando questa possibilità si affaccia, il desiderio stesso può vacillare.

La domanda non è più soltanto: «Ce la farò?».

Diventa: «Posso permettermi di avere bisogno? Posso desiderare qualcosa che non riesco a raggiungere completamente da sola?».

E a volte entra in gioco qualcosa di ancora più antico.

Possiamo portare con noi lealtà mai dichiarate verso la nostra storia familiare: modi di stare al mondo appresi molto presto, nei quali desiderare troppo, riuscire troppo o allontanarsi troppo da ciò che è stato possibile per chi ci ha preceduto può essere vissuto, inconsapevolmente, come una forma di tradimento.

Restare tra i frutti bassi, allora, non è necessariamente solo prudenza. Può essere anche un modo per restare fedeli. Per non prendere troppa distanza. Per non rischiare di sentire che la propria crescita ha lasciato qualcuno indietro.

La fatica che non si vede

C’è una fatica silenziosa nel riconoscere ciò che desideriamo davvero e, nello stesso tempo, temere che quel desiderio ci esponga a un fallimento che non dipende soltanto dal nostro impegno.

Non è sempre la paura di non essere capaci.

A volte è la paura di scoprire che, per realizzare qualcosa a cui teniamo, abbiamo bisogno della collaborazione, della fiducia o del tempo di qualcun altro. E quella presenza non è sotto il nostro controllo.

Questa dinamica attraversa la vita personale, ma può comparire anche nel lavoro.

Possiamo accontentarci di un ruolo più piccolo di quello che desidereremmo non perché manchino le competenze, ma perché un passo ulteriore richiederebbe di esporsi. Chiedere risorse. Chiedere riconoscimento. Dichiarare ciò che vogliamo. E poi misurarsi con la risposta degli altri.

Restare tra i frutti bassi può diventare, allora, un modo per non scoprire mai se quelli alti ci sarebbero stati negati.

Finché non chiedo, non posso ricevere un no.

Ma non posso neppure ricevere un sì.

Non tutti i frutti alti sono più veri

Per molto tempo ho creduto che i frutti alti fossero necessariamente più importanti. Più maturi, più desiderabili, più capaci di dire qualcosa del mio valore.

Oggi non ne sono più così sicura.

Forse tra i frutti bassi e quelli alti non esiste una gerarchia di valore. Esiste, piuttosto, una differenza di natura.

I frutti bassi parlano di autonomia, di ciò che posso raggiungere con le mie forze, di quello che posso gustare senza doverlo dimostrare a nessuno.

I frutti alti parlano di relazione, di rischio, di alleanze, di presenza. Di ciò che può essere costruito solo accettando che non tutto dipenda da noi.

Il punto, allora, non è desiderare sempre più in alto.

Non è arrampicarsi per forza, come se ogni desiderio semplice fosse una rinuncia e ogni desiderio difficile fosse una prova di valore.

La domanda può essere un’altra: che tipo di movimento sto evitando? E perché?

A volte rinunciare a un desiderio serve a proteggerci da una possibile delusione. Altre volte può essere un modo, spesso inconsapevole, per restare fedeli a una storia o a un legame. Altre ancora può nascere da esperienze che ci hanno insegnato a non fidarci di chi avrebbe dovuto reggere il ramo e non lo ha fatto.

Ma è vero anche il contrario: non ogni frutto alto è davvero nostro.

A volte desideriamo qualcosa perché ci chiama profondamente. Altre volte perché abbiamo imparato che solo ciò che costa fatica merita rispetto. O perché immaginiamo che, arrivando fin lì, finalmente qualcuno vedrà quanto valiamo.

Per questo non basta autorizzarsi a salire.

Può essere utile chiedersi chi, dentro di noi, sta desiderando quel frutto.

La parte che vuole crescere?Quella che vuole dimostrare qualcosa?Quella che non vuole più sentirsi piccola?Quella che teme di tradire qualcuno se cambia troppo?

Restare nel concreto, senza rinunciare all’alto

Raccogliere le more, quella mattina, mi ha aiutata a mettere a fuoco alcuni movimenti interiori che negli anni mi hanno permesso di avvicinarmi anche ai rami più alti.

Il primo è stato riconoscere alcune delle mie lealtà invisibili.

Quando mi trovavo a pensare «quel progetto è troppo per me», ho imparato a chiedermi: a chi sto rimanendo fedele restando qui? Chi sto proteggendo? Da chi temo di allontanarmi se salgo?

Separare il mio valore personale dai mandati della mia storia è stato un passo importante per desiderare con maggiore libertà.

Poi ho dovuto imparare a tollerare la goffaggine iniziale.

Quando ci si arrampica si oscilla. Allungare le braccia verso l’alto rende vulnerabili. I primi tentativi sono spesso incerti, imperfetti, faticosi.

Accettare questa instabilità permette di non confondere la difficoltà del primo movimento con l’impossibilità di arrivare.

E infine c’è stato un passaggio forse ancora più importante: imparare a godere del gusto dei frutti bassi.

Riconoscere valore anche a ciò che viene facile, a ciò che è vicino, a ciò che posso raccogliere senza trasformarlo in una prova.

Assaporare l’esperienza. Restare nel gesto. Accorgermi che non tutto deve essere conquista per essere nutrimento.

E poi, se ne ho voglia, costruire strategie, strumenti e alleanze per raggiungere anche i frutti più alti.

Non serve arrampicarsi subito.

Serve, prima, guardare bene il ramo.

Riconoscere se quel frutto alto è davvero quello di cui abbiamo voglia.

E chiederci se ciò che ci frena è davvero l’altezza, o se è la domanda che torna a farsi sentire:

è lecito voler salire fin lassù?


Angela Angelastro

Psicologa Psicoterapeuta


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